giovedì 9 febbraio 2012

SOLDI E TORÀ

Quando D-o promise ad Avraham Avinu che i suoi discendenti avrebbero ricevuto la terra d'Israele, predisse anche l'esilio e l'uscita dall'Egitto.

Ma assieme a questi due cardini della nostra religione, nella profezia viene menzionato anche un altro particolare, ovvero che “usciranno [dall'Egitto] con grandi ricchezze” (Bereshit / Genesi 15, 14).

In questi versetti nei quali viene riassunto il destino e la storia del popolo d'Israele, il riferimento al poco prosaico danaro sembra un dettaglio irrilevante, se non addirittura fuori luogo.

Quattro secoli più tardi, prima di uscire di gran fretta dall'Egitto, Moshè Rabbenu comandò al popolo d'Israele di “prendere dagli egiziani oggetti d'argento, d'oro e vestiti. [ ] E svuotarono l'Egitto.” (Shemot / Esodo 12; 34-36). La profezia viene dunque rispettata.

Ma cosa rappresenta questo “prelievo”? Senza dubbio si tratta del rimborso legittimo di 116 anni di schiavitù e sfruttamento non pagati (di cui gli ultimi 86 di dura oppressione). Ed è stato anche un modo molto efficace per attirare gli egiziani a rincorrere il popolo d'Israele per riprendersi indietro i “propri” schiavi e le “proprie” richezze. E finire così con l'annegare nel Mar Rosso, come previsto dalla profezia data ad Avraham Avinu (“e giudicherò il popolo che li opprimerà”).

Queste spiegazioni non rispondono però alla nostra domanda iniziale: nella profezia di Avraham Avinu, nella quale in poche parole viene encapsulata la sublime storia del popolo d'Israele, perchè menzionare anche il “vil danaro”?

Come tutti i beni, anche i soldi possono essere utilizzati sia in modo positivo che negativo. Ma a differenza degli altri beni, i soldi hanno un fascino particolare: gli uomini sembrano ossessionati dall'ammassare denaro senza un fine ulteriore al denaro stesso.

Il midrash dice infatti che “chi ha cento monete d'oro, ne vuole duecento” (Midrash Kohelet Rabbà 1, 34). E Shlomo Ha-Melech (Re Salomone) spiega la ragione di tale comportamento: “chi ama i soldi, non è soddisfatto dai soldi” (Kohelet / Ecclesiaste 5, 9).

Il midrash, riferendosi al versetto del Kohelet, compara in modo sorprendente i soldi alla Torà e alle mitzvot, anche se nella scala materiale-spirituale essi stanno agli antipodi l'uno dell'altro (Rashi in loco e Vaikrà 22, 1-2). Come si spiega questo paragone?

Abbiamo visto che i soldi costituiscono un desiderio umano che trascende i limiti del finito. E tale desiderio insoddisfabile era stato sepolto dalla lunga e dura schiavitù egiziana. Prova ne è che durante l'oppressione egiziana, la preghiera del popolo d'Israele era solo quella di interrompere la durezza della schiavitù, ma nulla di più (Shemot / Esodo 2, 23 e Or Ha-Chaim in loco).

La Torà e i soldi hanno in comune questo aspetto. “Chi ama i soldi, non è soddisfatto dai soldi e chi ama la Torà non è soddisfatto dalla Torà” (Vaikrà Rabbà 22, 1). La parola kesef (argento, denaro) ha la stessa radice della parola kisufim (desiderio, ambizione). Chi studia la Torà vuole studiarne sempre di più. Chi osserva una mitzvà vuole subito compierne un'altra.

Si può quindi dare una risposta alla nostra domanda iniziale. I soldi erano il mezzo necessario per risvegliare nel popolo ebraico il desiderio per qualcosa che trascendesse le proprie vite. L'obiettivo non erano i soldi stessi, ma era quello di riaccendere la passione necessaria per ricevere la Torà. Una volta ricreato tale desiderio, era possibile utilizzarlo poi nel modo corretto, ovvero per lo studio e la pratica della Torà, culmine del processo di redenzione dall'Egitto.

Si comprende quindi la funzione della ricchezza nell'uscita dall'Egitto e nella profezia data ad Avraham Avinu: di risvegliare nell'uomo il desiderio e la pulsione verso l'Eterno.

Il versetto dice “la mia anima desidera (nichsefà) i giardini di D-o” (Tehillim / Salmi 84, 3). Bisogna però fare attenzione perchè la parola nichsefà può anche voler dire “tramutata in soldi”. Se il desiderio per i soldi prende il sopravvento, si perde per strada il “desiderio per i giardini di D-o”.

Ne deriva che la passione per i soldi che contraddistingue tanti individui, oggi come allora, non è un “male”, ma è anzi un segno di chi ambisce a grandezza. Si tratta però di un utilizzo improprio dato che sarebbe più opportuno indirizzare tale tratto caratteriale verso la sua funzione originaria che è quella della crescita spirituale attraverso lo studio e la pratica della Torà, la nostra vera ed eterna ricchezza.

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domenica 5 febbraio 2012

CHIAMA E STUDIA

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martedì 24 gennaio 2012

RICONOSCENZA

Durante le prime due piaghe (dam / sangue e tzefardea / rane) è Aron Ha-Kohen e non Moshè Rabbenu a prendere il bastone e a stendere il braccio sul Nilo per dare inizio alla piaga. Non era infatti appropriato che Moshè Rabbenu percuotesse le acque del fiume che l'aveva salvato subito dopo la nascita (vedi Rashi, Shemot 7, 19).

Lo stesso discorso vale per la terza piaga (kinnim / pidocchi) in cui non era appropriato che Moshè Rabbenu percuotesse la sabbia che aveva coperto il corpo dell'egiziano che aveva ammazzato per salvare un ebreo (vedi Rashi, Shemot 8, 12).

Da questi episodi si impara che se la Torà mostra gratitudine per un essere inanimato a maggior ragione si deve provare gratitudine e rispetto per un essere umano.

Il problema è però che mentre il Nilo ha effettivamente salvato Moshè Rabbenu, altrettanto non si può dire per la sabbia. Il fatto non viene per nulla "insabbiato" tanto che lo viene a sapere il Faraone il quale vuole ammazzare Moshè Rabbenu che è costretto a scappare dall'Egitto per salvarsi. La sabbia non è stata quindi di grande aiuto.

Da qui si impara che si deve essere grati non solo per chi ci fa del bene, ma anche per chi vuole e prova farci del bene, ma non ci riesce.

Le-yilui nishmat immì moratì Miriam bat Akiva
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mercoledì 18 gennaio 2012

AMA IL TUO PROSSIMO!

Sono diventato osservante in età relativamente avanzata. Avevo quasi trent'anni ed ero già sposato quando ho varcato per la prima volta le porte della yeshivà Or Sameach. Non ricordo l'intero percorso che mi ha portato all'osservanza, ma l'elemento senza dubbio più importante nella nostra decisione è stato il contatto con persone di una raffinatezza e profondità che non avevamo mai incontrato prima.

Gli ultimi vent'anni li ho passati scrivendo le biografie dei leader ebrei moderni. Ciò che accomuna le vite dei diversi personaggi che ho studiato è l'aver messo in pratica il comandamento della Torà secondo il quale “grazie a te il Nome del Cielo verrà amato”.

Negli anni '30 Rav Eliahu Eliezer Dessler, uno dei principali pensatori ebrei del secolo scorso, si manteneva a Londra insegnando ai giovani che frequentavano le scuole pubbliche. Diede istruzioni ad uno dei suoi studenti di dare una moneta ad ogni povero che incontrava per strada. Ad un altro suggerì di salire al secondo piano dell'autobus. Dato che per andare alla lezione doveva scendere dopo solo una fermata era probabile che il bigliettaio non lo raggiungesse in tempo. Il ragazzo, che era chiaramente riconoscibile come un ebreo religioso, dava le monete al passeggero che si trovava al suo fianco dicendo a gran voce: “il bigliettaio non è ancora passato, la prego di pagarlo per me”. La lezione è chiara: non si deve solo santificare il nome di D-o attravero le proprie azioni, ma si deve anche fare il possibile per mettersi in condizione di farlo.

Ogni opportunità era buona per insegnare la Torà. Una volta Rav Yaakov Kamenetsky, il grande saggio dell'ebraismo americano, si trovava nella sala d'attesa di un medico. Tolse di tasca una palla e si mise a giocare con un ragazzino. Quando gli chiesero se non si trattava forse di un comportamento inappropriato per una persona del suo calibro, egli rispose: “non so se questo ragazzo avrà un'altra opportunità di incontrare un vecchio ebreo con la barba bianca ed è importante che ne abbia un'impressione e un ricordo positivi”. Quando mancò, un gruppo di suore di Monsey scrissero una lettera in cui piangevano la perdita del vecchio rabbino che sorrideva sempre quando le incontrava durante le sue passeggiate.

Per tredici anni il Klausenberger Rebbe ha girato il mondo per raccogliere fondi necessari a costruire l'ospedale Laniado di Netanya. Quando venne a sapere che nell'ospedale veniva distribuito ai pazienti un opuscolo sulle regole di purezza familiare, diede istruzioni di fermare immediatamente tale distribuzione. Spiegò che l'ospedale non era stato creato per fare proseliti, ma per costituire un esempio del modo in cui si cura secondo la Torà. Il contratto dei medici prevede una clausola che impedisce loro di fare sciopero; l'ospedale è dotato di respiratori in abbondanza per non giungere mai a dover decidere chi riceve e chi non riceve un respiratore; gli studenti di medicina, ispirati dal Rebbe, sono disposti a passare giorno e notte al capezzale di pazienti dati per spacciati; e vengono utilizzate siringhe più costose in quanto meno dolorose. Il Rebbe era famoso per essere rigoroso nella shmirat enaim (il controllo di ciò che guardava). Ma dopo la guerra (nella quale perse moglie e undici figli), quando sentì che nei campi di rifugiati bellici alcune ragazze, distrutte dall'esperienza della guerra, avevano aperto un quartiere a luci rosse, andò di persona a prenderle per riportarle sulla retta via.

Ogni persona viene trattata con il più gran rispetto ed empatia. Una volta Rav Yaakov Kamenetsky e un altro rosh yeshiva entrarono in un taxi in cui vi era della musica a tutto volume. L'altro rosh yeshiva chiese al tassista di spegnere la radio, ma Rav Yaakov gli disse di non farlo. Spiegò che il lavoro del tassista è così monotono che non avevano il diritto di chiedergli di spegnere la radio. E citò un passo talmudico per corroborare la propria opinione.

Rav Shlomo Zalman Auerbach, il grande decisore halachico, non si scaraventava dal sedile dell'autobus se una donna non vestita secondo l'halachà si sedeva a fianco a lui. Per non farla restare male premeva il pulsante della fermata e si alzava come se volesse scendere.

Una famiglia ortodossa si prese carico delle spese per la cura della fertilità per una coppia non religiosa e li mandò in Israele a ricevere la benedizione da alcuni tzaddikim. Tra questi vi era anche Rav Nosson Zvi Finkel, il rosh yeshiva della yeshivat Mir scomparso qualche settimana fa. Quando giunsero a casa sua con un abbigliamento estivo che non si vede di solito a Meah Shearim, la rebbetzin abbracciò la moglie calorosamente e si complimentò con loro dicendo: “siete entrambi ebrei. C'è da essere fieri al giorno d'oggi che due ebrei si sposino tra loro”. La rebbetzin spiegò poi che il marito era un uomo talmente santo che per rispetto era bene coprirsi con uno scialle. E oltre a regalarle lo scialle le regalò anche un gioiello che si coordinava bene con lo scialle.

Rav Nosson Zvi rimase in silenzio quando la coppia entrò. La persona che li accompagnava incominciò a spiegare la situazione, ma il rosh yehiva lo interruppe. “So chi sono queste persone. Penso al loro dolore.” Si girò verso il marito e chiese “hai mai la sensazione che la gente ti stia osservando?”. Il marito annuì. E il rosh yeshiva aggiunse: “anch'io ho la stessa sensazione quando cerco di esprimermi e la gente non mi comprende [dato che soffro di parkinson].” E il rosh yeshiva e la coppia piansero assieme.

Quando Yosef si riunì con i fratelli in Egitto, Yosef e Biniamin piansero l'uno sulla spalla dell'altro. Rashi spiega che piansero per la futura distruzione dei Templi. Cosa c'entra la distruzione del Bet Ha-Mikdash con la riunione dei fratelli? Il complicato processo di riunificazione elaborato da Yosef serviva per rettificare la vendita di Yosef da parte dei fratelli. Il test venne superato, ma solo in parte. Infatti Yehuda si riferì a Biniamin con il termine “ragazzo” anzichè “fratello”. C'era ancora qualcosa che mancava nell'unità tra i fratelli. E tale incompletezza era sufficiente per la distruzione del Tempio attribuita proprio all'odio gratuito. E finchè tale odio gratuito non viene rettificato il Bet Ha-Mikdash non verrà ricostruito.

Lo scorso Shabbat l'ho passato con un gruppo di oltre cento studenti universitarie alle quali veniva presentato per la prima volta l'ebraismo osservante. Le domande si sono protratte fino alle 4 di mattina e hanno incluso temi quali le relazioni, l'omosessualità, le parrucche e, ovviamente, i recenti fatti di Bet Shemesh. Uno Shabbat di questo genere non può certo riparare lo strappo di Bet Shemesh, ma è sicuramente un passo nella giusta direzione.

Non mi sono mai pentito di aver scelto la via dell'osservanza. Non posso nemmeno immaginare la mia vita senza la Torà. Riguardo ai recenti episodi è irrealistico pensare che un'intera società possa raggiungere i livelli dei leader le cui vite ho studiato con passione negli ultimi vent'anni. Ma dovremmo almeno cercare di emularli nel rendere l'incontro con ogni persona al mondo, in particolare con gli ebrei, un'esperienza positiva. Provo invece un profondo dolore e fastidio verso coloro che, oltremodo insularizzati, hanno perso per strada tale messaggio.

Liberamente adattato da un articolo di Rav Jonathan Rosenblum.
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mercoledì 11 gennaio 2012

AMA IL TUO PROSSIMO!

Sono diventato osservante in età relativamente avanzata. Avevo quasi trent'anni ed ero già sposato quando ho varcato per la prima volta le porte della yeshivà Or Sameach. Non ricordo l'intero percorso che mi ha portato all'osservanza, ma l'elemento senza dubbio più importante nella nostra decisione è stato il contatto con persone di una raffinatezza e profondità che non avevamo mai incontrato prima.

Gli ultimi vent'anni li ho passati scrivendo le biografie dei leader ebrei moderni. Ciò che accomuna le vite dei diversi personaggi che ho studiato è l'aver messo in pratica il comandamento della Torà secondo il quale “grazie a te il Nome del Cielo verrà amato”.

Negli anni '30 Rav Eliahu Eliezer Dessler, uno dei principali pensatori ebrei del secolo scorso, si manteneva a Londra insegnando ai giovani che frequentavano le scuole pubbliche. Diede istruzioni ad uno dei suoi studenti di dare una moneta ad ogni povero che incontrava per strada. Ad un altro suggerì di salire al secondo piano dell'autobus. Dato che per andare alla lezione doveva scendere dopo solo una fermata era probabile che il bigliettaio non lo raggiungesse in tempo. Il ragazzo, che era chiaramente riconoscibile come un ebreo religioso, dava le monete al passeggero che si trovava al suo fianco dicendo a gran voce: “il bigliettaio non è ancora passato, la prego di pagarlo per me”. La lezione è chiara: non si deve solo santificare il nome di D-o attravero le proprie azioni, ma si deve anche fare il possibile per mettersi in condizione di farlo.

Ogni opportunità era buona per insegnare la Torà. Una volta Rav Yaakov Kamenetsky, il grande saggio dell'ebraismo americano, si trovava nella sala d'attesa di un medico. Tolse di tasca una palla e si mise a giocare con un ragazzino. Quando gli chiesero se non si trattava forse di un comportamento inappropriato per una persona del suo calibro, egli rispose: “non so se questo ragazzo avrà un'altra opportunità di incontrare un vecchio ebreo con la barba bianca ed è importante che ne abbia un'impressione e un ricordo positivi”. Quando mancò, un gruppo di suore di Monsey scrissero una lettera in cui piangevano la perdita del vecchio rabbino che sorrideva sempre quando le incontrava durante le sue passeggiate.

Per tredici anni il Klausenberger Rebbe ha girato il mondo per raccogliere fondi necessari a costruire l'ospedale Laniado di Netanya. Quando venne a sapere che nell'ospedale veniva distribuito ai pazienti un opuscolo sulle regole di purezza familiare, diede istruzioni di fermare immediatamente tale distribuzione. Spiegò che l'ospedale non era stato creato per fare proseliti, ma per costituire un esempio del modo in cui si cura secondo la Torà. Il contratto dei medici prevede una clausola che impedisce loro di fare sciopero; l'ospedale è dotato di respiratori in abbondanza per non giungere mai a dover decidere chi riceve e chi non riceve un respiratore; gli studenti di medicina, ispirati dal Rebbe, sono disposti a passare giorno e notte al capezzale di pazienti dati per spacciati; e vengono utilizzate siringhe più costose in quanto meno dolorose. Il Rebbe era famoso per essere rigoroso nella shmirat enaim (il controllo di ciò che guardava). Ma dopo la guerra (nella quale perse moglie e undici figli), quando sentì che nei campi di rifugiati bellici alcune ragazze, distrutte dall'esperienza della guerra, avevano aperto un quartiere a luci rosse, andò di persona a prenderle per riportarle sulla retta via.

Ogni persona viene trattata con il più gran rispetto ed empatia. Una volta Rav Yaakov Kamenetsky e un altro rosh yeshiva entrarono in un taxi in cui vi era della musica a tutto volume. L'altro rosh yeshiva chiese al tassista di spegnere la radio, ma Rav Yaakov gli disse di non farlo. Spiegò che il lavoro del tassista è così monotono che non avevano il diritto di chiedergli di spegnere la radio. E citò un passo talmudico per corroborare la propria opinione.

Rav Shlomo Zalman Auerbach, il grande decisore halachico, non si scaraventava dal sedile dell'autobus se una donna non vestita secondo l'halachà si sedeva a fianco a lui. Per non farla restare male premeva il pulsante della fermata e si alzava come se volesse scendere.

Una famiglia ortodossa si prese carico delle spese per la cura della fertilità per una coppia non religiosa e li mandò in Israele a ricevere la benedizione da alcuni tzaddikim. Tra questi vi era anche Rav Nosson Zvi Finkel, il rosh yeshiva della yeshivat Mir scomparso qualche settimana fa. Quando giunsero a casa sua con un abbigliamento estivo che non si vede di solito a Meah Shearim, la rebbetzin abbracciò la moglie calorosamente e si complimentò con loro dicendo: “siete entrambi ebrei. C'è da essere fieri al giorno d'oggi che due ebrei si sposino tra loro”. La rebbetzin spiegò poi che il marito era un uomo talmente santo che per rispetto era bene coprirsi con uno scialle. E oltre a regalarle lo scialle le regalò anche un gioiello che si coordinava bene con lo scialle.

Rav Nosson Zvi rimase in silenzio quando la coppia entrò. La persona che li accompagnava incominciò a spiegare la situazione, ma il rosh yehiva lo interruppe. “So chi sono queste persone. Penso al loro dolore.” Si girò verso il marito e chiese “hai mai la sensazione che la gente ti stia osservando?”. Il marito annuì. E il rosh yeshiva aggiunse: “anch'io ho la stessa sensazione quando cerco di esprimermi e la gente non mi comprende [dato che soffro di parkinson].” E il rosh yeshiva e la coppia piansero assieme.

Quando Yosef si riunì con i fratelli in Egitto, Yosef e Biniamin piansero l'uno sulla spalla dell'altro. Rashi spiega che piansero per la futura distruzione dei Templi. Cosa c'entra la distruzione del Bet Ha-Mikdash con la riunione dei fratelli? Il complicato processo di riunificazione elaborato da Yosef serviva per rettificare la vendita di Yosef da parte dei fratelli. Il test venne superato, ma solo in parte. Infatti Yehuda si riferì a Biniamin con il termine “ragazzo” anzichè “fratello”. C'era ancora qualcosa che mancava nell'unità tra i fratelli. E tale incompletezza era sufficiente per la distruzione del Tempio attribuita proprio all'odio gratuito. E finchè tale odio gratuito non viene rettificato il Bet Ha-Mikdash non verrà ricostruito.

Lo scorso Shabbat l'ho passato con un gruppo di oltre cento studenti universitarie alle quali veniva presentato per la prima volta l'ebraismo osservante. Le domande si sono protratte fino alle 4 di mattina e hanno incluso temi quali le relazioni, l'omosessualità, le parrucche e, ovviamente, i recenti fatti di Bet Shemesh. Uno Shabbat di questo genere non può certo riparare lo strappo di Bet Shemesh, ma è sicuramente un passo nella giusta direzione.

Non mi sono mai pentito di aver scelto la via dell'osservanza. Non posso nemmeno immaginare la mia vita senza la Torà. Riguardo ai recenti episodi è irrealistico pensare che un'intera società possa raggiungere i livelli dei leader le cui vite ho studiato con passione negli ultimi vent'anni. Ma dovremmo almeno cercare di emularli nel rendere l'incontro con ogni persona al mondo, in particolare con gli ebrei, un'esperienza positiva. Provo invece un profondo dolore e fastidio verso coloro che, oltremodo insularizzati, hanno perso per strada tale messaggio.

Liberamente adattato da un articolo di Rav Jonathan Rosenblum.
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domenica 18 dicembre 2011

GOCCE DI MUSSAR: PROBLEMI

Non raccontare a D-o che hai problemi.

Racconta ai tuoi problemi che hai D-o.

Detto yiddish
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sabato 10 dicembre 2011

Q&A: COME SI FA AD AVERE CIBO CALDO PER IL PRANZO DI SHABBAT?

DOMANDA. Come si fa ad avere del cibo caldo per il pranzo di Shabbat?

RISPOSTA. Abbiamo visto nell'articolo precedente (vedi link) che di Shabbat è proibito mettere a scaldare del cibo freddo sulla plata o fuoco coperto. Si può invece lasciare il cibo sulla plata o sul fuoco coperto già da prima dell'inizio dello Shabbat.

Ciò va bene per venerdì sera, ma molti cibi si rovinano se rimangono al caldo per 12-16 ore. Come di fa allora ad avere del cibo caldo e gustoso anche Shabbat a pranzo?

Vi sono varie possibilità. Quanto segue vale però solo per i cibi solidi completamente cotti senza del vero e proprio sugo, ma non per i cibi liquidi.

L'opinione facilitante. Innanzitutto per i sefarditi che seguono Rav O. Yosef shlit'a abbiamo visto che è permesso prendere del cibo solido completamente cotto e metterlo sulla plata. È preferibile che lo faccia un non ebreo. Ma dato che gli altri poskim sefarditi e tutti quelli ashkenaziti non lo permettono è preferibile scaldare il cibo in altri modi.

Plata col timer. Se si collega la plata ad un timer è permesso dire ad un non ebreo di mettervi sopra il cibo solido completamente cotto quando la plata non è attiva. Per esempio il timer la può staccare dopo la cena e ricollegarla la mattina. Il non ebreo può prendere dal frigo il pesce al forno, il pollo arrosto con patate e il riso bollito (purchè non venga arrostito sulla plata) e metterli sulla plata prima che il timer la attivi. Shemirat Shabbat Ke-Ilchatà (1, 32 n. ed.).

Chollent. Inoltre si può mangiare il chamin o chollent (carne, patate, orzo e fagioli) che si lascia cuocere su un'apposita pentola a cottura lenta da subito prima dell'inizio dello Shabbat.

Sul coperchio di una pentola. Altrimenti si può prendere dal frigo il cibo solido completamente cotto e metterlo sul coperchio di una pentola che si trovi sul fuoco o sul coperchio del bollitore elettrico. Shemirat Shabbat Ke-Ilchatà (1, 42 n. ed.).

Pentola rovesciata. Nel caso in cui non vi sia già una pentola sul fuoco, è permesso mettere una pentola rovesciata sulla plata e mettervi sopra il cibo. Shemirat Shabbat Ke-Ilchatà (1, 44 n. ed.).

Nell'acqua calda. Se i cibi sono lessi (per esempio pollo lesso, spaghetti e riso bolliti) è permesso metterli in una pentola d'acqua calda che sia stata rimossa dal fuoco, ma non direttamente nella pentola che si trova ancora sul fuoco o sulla plata. Shemirat Shabbat Ke-Ilchatà (1, 15 n. ed.).

Negli ultimi tre casi si tratta di azioni che non assomigliano alla cottura.
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GOCCE DI MUSSAR: AMICI

Vi sono tre tipi di amici: quelli come il cibo, senza i quali non puoi vivere; quelli come le medicine, dei quali hai bisogno di tanto in tanto; e quelli come le malattie, dei quali faresti volentieri a meno.

Rav Shlomo ibn Gabirol (Malaga 1021, Valencia 1058)
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sabato 3 dicembre 2011

GOCCE DI MUSSAR: PREGI E DIFETTI

Guai a chi non sa quali sono i propri difetti, perchè non sa cosa deve correggere. Ma peggio ancora sta chi non conosce i propri punti di forza, perchè non sa di avere gli strumenti con i quali riparare ciò che dev'essere aggiustato.

Rav Yerucham Levovitz z.z.l., Yeshivat Mir
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venerdì 2 dicembre 2011

Q&A: POSSO METTERE IL CIBO SULLA PLATA DI SHABBAT?

DOMANDA. Posso mettere il cibo sulla plata di Shabbat?

RISPOSTA. Di Shabbat è proibito mettere (e rimettere) qualsiasi cibo direttamente sul fuoco. Anche quando non si tratta di cottura vera e propria, tale azione è proibita perchè assomiglia alla cottura. Shemirat Shabbat Ke-Ilchatà (1; 6, 7 e 10 n. ed.) Un normale fornello elettrico è considerato fuoco. Shemirat Shabbat Ke-Ilchatà (1; 29 n. ed.).

Se però il cibo era già sul fuoco da prima dell'inizio dello Shabbat, è permesso toglierlo temporaneamente dal fuoco e rimetterlo a scaldare. Lo si deve però fare in un modo che non solo non costituisca cottura, ma non assomigli nemmeno a cottura. Vi sono delle differenze tra ashkenaziti e sefarditi.

Ashkenaziti. Per rimettere del cibo a scaldare devono venir rispettate le seguenti condizioni:

(i) il cibo è completamente cotto;

(ii) il cibo è ancora caldo;

(iii) il cibo viene messo sulla plata (fornello elettrico a temperatura costante usato solo per scaldare) o sul fuoco coperto da una lastra di metallo (la copertura deve preferibilmente includere anche i pomelli);

(iv) si mantiene la presa della pentola con la mano dal momento in cui la si toglie dal fuoco; e

(v) quando si toglie la pentola dal fuoco si ha intenzione di rimetterla a scaldare.

Se si lascia momentaneamente la presa o non si aveva intenzione di rimettere la pentola a scaldare è possibile (a posteriori) rimetterla a scaldare. Se entrambe queste condizioni non sono rispettate è permesso rimettere il cibo sulla plata o sul fuoco coperto solo in caso di bisogno (per esempio perchè non c'è altro cibo caldo per Shabbat).

Se non viene rispettata anche una sola delle prime tre condizioni, ovvero il fuoco non è coperto o il cibo non è completamente cotto o non è caldo, non è permesso in nessun caso rimetterlo sul fuoco. Shemirat Shabbat Ke-Ilchatà (1; 20, 21 e 22).

Sefarditi. Per i sefarditi anche a priori non è necessario avere intenzione di rimettere la pentola a scaldare, ma è necessario anche a posteriori che si sia mantenuta la presa o si sia messa la pentola sul tavolo, ma non sul piano di cottura. Le altre condizioni sono identiche. Kaf Ha-Chayim (253, 40-41) e Shulcha Aruch O.C. (253, 3).

Secondo quanto detto, sia per gli ashkenaziti che per i sefarditi, non è permesso prendere del cibo freddo dal frigo (per esempio il pollo arrosto, il riso bollito e la zuppa) e metterlo sulla plata nemmeno nel caso in cui il cibo sia completamente cotto. Vedremo, bli neder, in un prossimo articolo i modi nei quali è permesso scaldare dei cibi freddi.

Facilitazione per i sefarditi. Anche se è preferibile seguire la procedura descritta, i sefarditi sappiano che vi è l'opinione facilitante di Rav O. Yosef shlit'a, il quale permette di mettere sulla plata (ma non sul fuoco coperto) del cibo solido completamente cotto anche se freddo. È comunque preferibile farlo fare ad un non ebreo. Yechave' Da'at (2, 45), Yabia Omer (6, 32) e Liviat Chen (51).

Si noti che secondo tutte le opinioni è proibito prendere dal frigo del cibo liquido (per esempio la zuppa o un cibo solido con vero e proprio sugo) e metterlo sulla plata.
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sabato 26 novembre 2011

UN ANNIVERSARIO... COMPLICATO

Ai tempi del Bet Ha-Mikdash il capomese (rosh chodesh) veniva fissato con l'osservazione diretta del novilunio da parte di testimoni. Se la testimonianza giungeva durante il giorno successivo al 29esimo, esso veniva dichiarato capomese. Dato che all'inizio della giornata non si sapeva ancora se la testimonianza sarebbe giunta o meno, nel dubbio si dichiarava capomese. Se la testimonianza non giungeva, il giorno stesso era il 30esimo del mese e veniva automaticamente dichiarato rosh chodesh anche il giorno successivo.

Dalla distruzione del Bet Ha-Mikdash seguiamo un calendario fisso. Dato che il ciclo lunare è lievemente superiore a 29 giorni e mezzo, alcuni mesi durano 29 giorni, altri 30 e altri (cheshvan e kislev) durano alcune volte 29 e altre 30 giorni.

Quando il mese ha 30 giorni, rosh chodesh dura due giorni. Sapendo in anticipo quando cade il primo del mese non sarebbe necessario che anche il 30 del mese precedente fosse rosh chodesh. Si è invece mantenuta tale pratica anche nel calendario fisso come segno di fiducia nella ricostruzione del Bet Ha-Mikdash, possa esso essere ricostruito rapidamente ai nostri giorni.

Una volta capito come funziona il calendario si comprende anche la seguente domanda: se una persona è mancata il 30esimo giorno di cheshvan o kislev, qual è l'anniversario corretto negli anni in cui il mese ha solo 29 giorni? È il giorno successvio al 29esimo, quindi il primo del mese successivo, o è l'ultimo giorno del mese precedente? Entrambe le valutazioni sembrano aver egual merito.

Va chiarito a questo punto che è importante sapere qual è l'anniversario corretto per poter recitare il kaddish, digiunare, studiare mishnaiot, accendere il lume commemorativo e compiere gli altri minhaghim relativi all'anniversario.

Prima opinione. Secondo alcuni decisori halachici il dubbio è risolto dal fatto che il 30esimo giorno non è semplicemente l'ultimo giorno del mese, ma ha comunque il nome di rosh chodesh (Aruch Ha-Shulchan). Secondo altri, ciò che conta è il novilunio, il quale cade normalmente il 30esimo giorno successivo al rosh chodesh (Share' Teshuvà 568).

Secondo entrambi gli approcci il risultato è comunque lo stesso: quando il mese ha 29 giorni l'anniversario cade il primo giorno del mese successivo. Negli anni in cui il mese ha 30 giorni l'anniversario si celebra invece regolarmente il 30esimo giorno. Si noti che non si usa digiunare a rosh chodesh e pertanto si possono solo seguire gli altri minhaghim menzionati sopra.

Seconda opinione. Altri poskim seguono un approccio diverso. L'anniversario viene fissato l'anno successivo a quando è mancata la persona. Se il primo anno dopo la petirà il mese ha 30 giorni, l'anniversario è sempre a rosh chodesh: quando negli anni successivi il mese ha 30 giorni l'anniversario cade il 30esimo giorno e quando ne ha 29, l'anniversario cade il primo del mese successivo.

Se invece un anno dopo la petirà il mese ha 29 giorni, l'anniversario è il 29esimo giorno. Ciò vale anche per gli anni successivi nei quali il mese ha 30 giorni (Maghen Avraham 568, 7 e Mateh Efraim 3, 7).

Ma non sarebbe più corretto che negli anni in cui il mese ha 30 giorni l'anniversario cada il 30?

Le halachot che stiamo discutendo appaiono nella sezione “digiuni” dello Shuchan Aruch e in particolare in quella in cui si parla di nedarim (impegni) a digiunare (capitolo 568). Si comprende quindi l'approccio secondo il quale ciò che si fa il primo anno diventa un minhag che ha forza normativa da lì in poi.

Rimane da comprendere perchè il primo anno viene scelto come anniversario il 29 e non il primo del mese successivo. La scelta del 29esimo giorno può forse essere spiegata con il fatto che dato che, come abbiamo visto sopra, entrambi i giorni hanno lo stesso merito, visto che a rosh chodesh non si può digiunare si sceglie il giorno in cui lo si può fare.

La Mishnà Berurà (568, 42) dice che si usa seguire la seconda opinione.

Le-yilui nishmat avì morì Dario Yitzchak ben Eliahu z.l. mancato il 30 cheshvan 5762 e il cui anniversario cade oggi secondo entrambe le opinioni.

Shavua tov e chodesh tov.

Michele Cogoi
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giovedì 24 novembre 2011

GOCCE DI MUSSAR: 15

Ogni persona è unica.

Non cercare di essere come gli altri.

Altrimenti rovini il piano di HaShem (D-o).


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