martedì 24 maggio 2011

PERCHÈ... AVOT?

Con l'arrivo della primavera giunge anche il periodo in cui ci sediamo a studiare i Pirke' Avot (“Capitoli dei Padri”) durante i lunghi pomeriggi di Shabbat. Il trattato di Avot è costituito da una serie di aforismi dei Tannanim (i saggi della Mishnà) che riguardano l'etica e la formazione del carattere. L'era della Mishnà va dagli ultimi anni del secondo Tempio a quelli successivi la sua distruzione, ma l'influenza di questo trattato è tale che molte espressioni dell'ebraico moderno derivano dai Pirke' Avot.

Ma perchè questo trattato di chiama Avot? Il titolo sembra aver ben poco a che fare con il contenuto. Inoltre, il Gaon di Vilna trova una precisa fonte nel Tanach per ogni singolo detto dei Pirke' Avot. Se ogni detto è già presente nel Tanach e i saggi non hanno aggiunto nulla di loro, perchè c'è bisogno di questo trattato?

Nel quarto capitolo (Mishna 19) troviamo un insegnamento morale molto bello. “Shmuel Ha-Katan dice: non rallegrarti per la disfatta del tuo nemico e quando egli cade il tuo cuore non gioisca...”. Questo detto si trova parola per parola in Mishle (Proverbi 24: 17). Cos'aveva in mente Rebbi Yehuda Ha-Nassi, il redattore della Mishnà, quando l'ha incluso nella Torà orale?

Uno studio più approfondito rivela dei paragoni sorprendenti tra gli aforismi dei Tannaim e i particolari delle loro vite che si trovano sparsi nel Talmud e nei Midrashim.

Per esempio “Hillel dice: sii tra i discepoli di Aharon, che ama la pace e persegue la pace, ama gli uomini e li porta verso la Torà” (Avot 1, 10). Questo detto si colloca perfettamente tra le storie della vita di Hillel il Vecchio che conosciamo sin da bambini. Basti pensare alla famosa storia del proselita che chiede a Hillel di insegnarli tutta la Torà stando su un piede solo, cui egli risponde: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”. La vita di Hillel, le sue azioni, sembrano essere perfettamente in linea con i suoi insegnamenti.

Nel sesto capitolo “Rabbi Yehoshua ben Levi dice: ogni giorno una voce esce dal Monte Choreb e proclama “Sventurati gli uomini che insultano la Torà””. Potrebbe sembrare una specie di profezia, ma si tratta invece di un detto che riassume l'amore e la devozione per lo studio della Torà di chi portava suo nipote sulle spalle per condurlo a studiare al bet ha-midrash (Ketubot 7, Eruvin 4).

Tornando a Shmuel Ha-Katan, troviamo nel Talmud (Sanhedrin 11) l'episodio in cui Rabban Gamliel chiama sette saggi per dichiarare l'anno embolismico (all'epoca del Talmud non vi era un calendario fisso e l'aggiunta di un mese nel calendario veniva stabilita da una speciale sessione del Bet Din). Al suo arrivo vi erano otto saggi. Rabban Gamliel disse : “chi non è stato convocato abbandoni questa riunione”. Shmuel Ha-Katan si alzò e disse “Io non sono stato convocato. Sono venuto solo per imparare come si stabilisce un anno embolismico”. Rabban Gamliel rispose “Siediti, figlio mio. Meriteresti che tutti gli anni embolismici vengano dichiarati da te, ma i Saggi hanno stabilito che l'anno embolismico viene dichiarato solo da chi è stato convocato per farlo”. Il Talmud spiega che Shmuel Ha-Katan era stato convocato, ma preferì umiliare se stesso per evitare che il Saggio non invitato venisse imbarazzato.

È questo l'uomo al quale la Mishnà attribuisce il detto “Non rallegrarti per la disfatta del tuo nemico...” nonostante esso si trovi parola per parola in Mishle. Anche se non vi è nulla di nuovo, l'originalità sta proprio nell'aver fatto propri, totalmente, gli insegnamenti che impartiva. Ed è proprio per il modo in cui le ha messe in pratica, che le parole del passuk vengono attribuite a lui. E anche il suo nome, Shmuel il Piccolo, la dice lunga sulla sua estrema umiltà e dedizione per gli altri ottenuta facendosi “piccolo”, ovvero minimizzando la propria importanza.

I Pirke' Avot possono quindi essere intesi come un'enciclopedia biografica dei Saggi. Il redattore ha voluto presentare una galleria di esempi di vita di coloro che hanno fatto propri, letteralmente personificando, i vari p'sukim che insegnavano. Non solo dicevano cose sagge, ma la loro vita è esempio di tale saggezza.

Impariamo da Rav Eliezer ben Azarià, il quale criticò aspramente un Saggio che insegnava un'halachà che non metteva in pratica: “Queste parole sarebbero appropriate se uscissero dalla bocca di chi le mette in pratica” (Tosefta, Yevamot capitolo 8).

Da quando ci è stata data la Torà, persone e i discorsi, per quanto grandiosi, sono sempre stati giudicati non per la loro alta retorica, nè per l'acutezza dei pensieri espressi, ma piuttosto per quanto tali persone hanno saputo mettere in pratica ciò che dicevano.

Siamo ora in grado di comprendere il titolo dei Pirke' Avot. Rashi alla fine del trattato ci spiega che “le parole dei nostri padri che hanno ricevuto la Torà uno dall'altro sono state raccolte qui... e Rebbi [Yehuda Ha-Nasi] ci ha voluto far sapere quanto giuste erano le loro vite”.

Lo stesso principio ha guidato anche i saggi della Torà e dell'halachà. Solo le parole e pensieri che sono stati messi in pratica hanno meritato di essere inclusi come insegnamenti validi allora e per sempre.

Adattato da un articolo di Rav Moshe Grylak, Mishpacha Magazine n. 359_________________________________________________________
Un'iniziativa di mikeamchaisrael.blogspot.com in esclusiva per il mondo ebraico italiano

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